Esperienza vs titoli di studio

Questo post non vuole essere fonte di polemiche: il suo proncipale intento è quello di smuovere un po’ le acque, affinchè vengano sfatati quei falsi miti che pervadono, ormai da anni, il mondo del lavoro.

Il titolo che ho scelto è emblematico e rappresenta, in qualche modo, il compromesso che i neolaureati sono costretti ad accettare se vogliono sperare in un’assunzione. Anche io, in passato, sono dovuto scendere a patti e ciò mi ha dato la giusta carica per guardarmi intorno in modo critico ma allo stesso tempo costruttivo.

Troppo spesso, infatti, la preparazione accademica ed i titoli di studio vengono contrapposti all’esperienza. In soldoni, chi è in possesso di una laurea (magari in ingegneria) ed ha conseguito N certificazioni informatiche ma ha soltanto 3-4 anni di esperienza (junior), vale molto meno di un sistemista/sviluppatore che di esperienza ne ha da vendere (senior).

In 3-4 anni, però, si ha il tempo di farsi un’idea di come vanno realmente le cose. Spesso, chi proviene da diversi anni di esperienza lavorativa nel settore (e con “diversi” intendo un numero maggiore o uguale a 10), senza avere le giuste nozioni teoriche alle spalle, tende a fare le cose (ed a risolvere i problemi) in modo meccanico. Mi spiego: si verifica il problema A. Ok, si è già verificato in passato ed il tizio che mi affiancava l’ha risolto applicando la soluzione B. Quindi, anche in questo caso, se voglio risolverlo, devo comportarmi come allora. Peccato, però, che non funziona sempre così, soprattutto se il problema A non si risolve con B perchè causato da un’altra anomalia. In quest’ultimo caso i tempi si allungano perchè si tende ad andare per tentativi. Si, avete letto bene: non ho risolto grazie a B, quindi smanetto, provo, riprovo, fin quando non risolvo (dilatando notevolmente i tempi di downtime, i tempi dell’attività, i costi per l’azienda e così via).

Cosa manca in tutto questo? IL TROUBLESHOOTING. Per quanto mi riguarda, il metodo che seguo quasi in maniera maniacale è il seguente:

1) mi dicono che c’è un problema;

2) raccolgo quante più informazioni possibili riguardo al problema (quando si è verificato? E’ cambiato qualcosa recentemente? Quanto disservizio c’è?);

3) cerco di capire qual è il problema reale (meglio non fidarsi cecamente di chi te lo segnala) e soprattutto provo ad identificarne la causa;

4) una volta identificate le cause possibili scelgo la più probabile e ne implemento la soluzione. Se tale soluzione non funziona la causa potrebbe essere un’altra, oppure la soluzione richiesta è differente da quella da me individuata. Quindi, per spiegarlo quasi a mo’ di algoritmo, rivedo il tutto, pondero bene e DECIDO come comportarmi, per poi eventualmente ricominciare da 0.

Questo modus operandi (per quel che ho visto un po’ in giro) è raro quanto un quadrifoglio nel deserto del Sahara. Quello più diffuso è:

1) mi indicano il problema;

2) smanetto, smanetto, smanetto, provo, riprovo, provo ancora, cancello, riprovo, riprovo, cancello, mi arrendo (un giorno è andato). Cambio tutto, provo, riprovo, cancello, riprovo, cancello, ricancello (non si sa mai), riprovo, ho sbagliato, rollback (sempre che si sia fatto un backup), sgozzo un gallo nero dentro un pentacolo nelle notti di plenilunio, invoco i sacri spiriti del tempio, mi arrendo (un altro giorno è andato). Bene, ripetete quando scritto sopra all’infinito (o quasi).

E questo è solo il caso migliore. Nel caso peggiore il tipo che vanta esperienza pluriennale è anche talmente frettoloso da aver bisogno di ansiolitici, quindi è molto più alto il tasso di errore (non che io ne sia immune, eh).

Ora, vorrei anche precisare che esistono delle piacevoli eccezioni. Conosco dei sistemisti che, pur non essendo laureati, sanno davvero il fatto loro ed è estremamente interessante discuterci, poichè hanno sempre qualche dritta o qualche scorciatoia da insegnarti. Se ci fossero più sistemisti in giro e meno scimmie ammaestrate l’Italia sarebbe veramente un Paese all’avanguardia.

Avrei qualcosa da dire anche ai giovani neolaureati. Smettetela di svendervi. Conosco ragazzi che, dopo aver conseguito la laurea magistrale in ingegneria, hanno deciso di cambiare città (Milano, Roma, ecc.) accettando uno stipendio da fame (600€/mese), un contratto ridicolo e degli orari lavorativi improponibili. Svegliatevi, mica siamo in Cina! Non tutti hanno il papà che sgancia i soldini per consentirci di arrivare a fine mese! Un ingegnere non può accettare compromessi del genere, perchè le ore di studio ed il carico di lavoro a cui siamo stati sottposti per anni (e la competenza che ne deriva) valgono molto di più. E smettetela anche di credere che l’unica cosa che conta sia il sapere… conta anche il saper fare. Quindi intrippatevi di meno con le dimostrazioni matematiche riguardanti teoremi che non userete mai più (amenochè non vogliate fare ricerca) ed iniziate ad usare di più il PC con finalità di apprendimento (Facebook non rientra in queste finalità), magari allestendo un piccolo laboratorio casalingo dove mettere in pratica le nozioni teoriche che avete imparato a menadito.

Altro consiglio: specializzatevi in un campo, ma guardate con curiosità anche le altre attività che vanno di pari passo con la vostra specializzazione. Nel mio caso, ho iniziato come sistemista Linux e di rete… e da lì mi sono interessato anche alla sicurezza informatica. Essendo a stretto contatto con degli sviluppatori mi sono incuriosito ed ho deciso di approfondire un po’ anche questa tematica; di conseguenza ho iniziato ad interessarmi anche di database relazionali e della loro gestione. Dunque siate curiosi, fate domande, siate critici, più cose sapete e minori saranno le probabilità che qualcuno riesca a prendervi per i fondelli e soprattutto maggiori saranno le possibilità di rivendervi al miglior offerente in caso di necessità.

E’ tutto. Buona fortuna e speriamo che qualcosa cambi al più presto.

Esperienza vs titoli di studioultima modifica: 2013-03-12T11:25:24+01:00da nazarenolatella
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3 pensieri su “Esperienza vs titoli di studio

  1. Hai detto tante cose giuste, forse alcune le hai estremizzate, ma in buona misura condivido quello che dici. Sul pezzo da 600€ devi tenere conto che una percentuale di quelli che accettano stipendi da fame, magari hanno davvero poco da ballare…
    Ognuno ha il proprio modus operandi, giusto o sbagliato che sia, fa (o dovrebbe fare) la differenza sul valore economico della figura.
    Ciao! 😀

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