05/05/2012

Le password robuste...

Avere a disposizione grandi budget da investire nella messa in sicurezza della propria infrastruttura informatica non implica l'invulnerabilità della stessa. Con questo voglio dire che nel 90% dei casi, le attività di cracking, anche le più banali, riescono grazie all'incapacità del sistemista, del tecnico di helpdesk o dell'utente vittima.

Privacy_2.jpg

Basti pensare che su Internet vi sono migliaia di dispositivi le cui interfacce di configurazione sono accessibili digitando username e password di default. Non ci credete? Incominciate ad usare nmap, magari all'interno di qualche script bash che colleziona determinati OS fingerprint e, una volta analizzati i risultati, provate una di queste credenziali di accesso:

http://www.phenoelit-us.org/dpl/dpl.html

"L'essere umano è il vero anello debole della catena".

Alla prossima.

01/09/2011

rkhunter ed il rootkit Xzibit

Qualche giorno fa sono rientrato dalle mie meritate ferie (che poi tanto ferie non erano) e mi sono ritrovato con uno un reverse proxy dell'ambiente di test spento.

Ho chiesto ai miei colleghi il perchè di questa cosa e mi è stato detto che proprio su quel proxy era stata pubblicata la porta 25 (SMTP) ed avevano paura che fosse stato ownato. Non chiedetemi per quale motivo è stato fatto questo accrocchio, ma qui i problemi erano altri, ovvero:

1) Essendo il reverse proxy basato su una distro che non viene aggiornata da illo tempore, c'era un'ampia probabilità (diventata certezza dopo ulteriore analisi) che il demone SMTP fosse bacato;

2) La porta 25 è stata lasciata in forwarding per circa una settimana, il che ha aumentato in modo esponenziale il rischio che la macchina venisse ownata da qualche lamer di turno.

rkhunter

Armato dunque di molta pazienza riaccendo la macchina ed effettuo una prima scansione con chkrootkit, che però non segnala nulla di anomalo. Non contento installo anche rkhunter (il cui rpm lo potete scaricare da qui), il quale, alla fine dell'analisi, mi riporta il seguente sommario all'interno del file di log:

[10:10:09] System checks summary
[10:10:09] =====================
[10:10:09]
[10:10:09] File properties checks...
[10:10:09] Required commands check failed
[10:10:09] Files checked: 141
[10:10:09] Suspect files: 6
[10:10:09]
[10:10:09] Rootkit checks...
[10:10:09] Rootkits checked : 253
[10:10:10] Possible rootkits: 1
[10:10:10] Rootkit names    : Xzibit Rootkit
[10:10:10]
[10:10:10] Applications checks...
[10:10:10] Applications checked: 7
[10:10:10] Suspect applications: 4
[10:10:10]
[10:10:10] The system checks took: 13 minutes and 25 seconds
[10:10:10]
[10:10:10] Info: End date is Wed Aug 31 10:10:10 CEST 2011

Uhm, possibile che sia stato installato il rootkit Xzibit? Spulcio ulteriormente il log, alla ricerca del file che ha fatto scattare l'allarme. Il risultato è il seguente:

Found string 'hdparm' in file '/etc/rc.d/init.d/vmware-tools'. Possible rootkit: Xzibit Rootkit

Ebbene, rkhunter ha interpretato come "sospetta" la stringa hdparm presente nei wmware-tools. Ma essendo una macchina virtuale è palese che si tratta di un falso positivo.

Dunque se la vostra macchina è virtuale e ci avete installato i wmware-tools è molto probabile che rkhunter generi questo allarme.

Stay tuned.

PS: per la cronaca, il reverse proxy è ok (o almeno così sembra).

17/02/2011

Servizio de "Le Iene" sugli hacker: alcune riflessioni

Tempo fa, durante uno dei rari momenti di relax davanti alla TV, mi sono imbattuto in un servizio de "Le Iene" in cui veniva intervistato un presunto hacker. Se non sapete di cosa sto parlando, date un'occhiata qui:

Ora, fondamentalmente le cose che vengono dette all'inizio sembrano piuttosto sensate e corrette. Mi riferisco alla definizione di hacker come qualcuno di estremamente curioso e capace, spinto solo ed esclusivamente dalla voglia di conoscere i sistemi in modo approfondito e dalla volontà di esplorare ambienti che dovrebbero restare ad eccesso limitato. Ciò implica anche il non voler danneggiare il sistema bucato, limitandosi ad osservarlo nella sua complessità senza intaccarne minimamente la struttura. Questa è la caratteristica peculiare degli hacker, per la precisione degli ethical hacker, tipologia che rientra pienamente nella schiera dei white hat.

Poi però il presunto hacker ammette di aver sviluppato un trojan per analizzare un pc bucato in precedenza... ed in questa pratica c'è ben poco di "etico". Altra affermazione che non mi convince: secondo lui, i virus vengono creati per lo più da ragazzini, spinti semplicemente da finalità ludiche. Sbagliato: ormai sviluppare trojan, virus, worm e malicious software in genere è diventato quasi un business, sia per le società di sicurezza che per coloro i quali vogliono sottrarre dati sensibili agli utenti (la Russian Business Network vi dice qualcosa?), come numeri di carte di credito, password, documenti altamente confidenziali, ecc.

Dopodichè, l'intervistato afferma che sarebbe buona norma criptare i file salvati sull'HD: correttissimo, anzi a tal proposito vi consiglio di utilizzare il software gratuito e multipiattaforma TrueCrypt. 

La cosa che mi lascia maggiormente perplesso, però, è la dimostrazione pratica di un "hacking". Viene infatti mostrato quanto il PC di un normalissimo utente possa risultare vulnerabile ad eventuali attacchi esterni. Ma andiamo con ordine.

Per prima cosa viene inviata alla vittima un'email provvista di allegato. Tale allegato sembrerebbe una normalissima immagine. In realtà, mediante un software sviluppato ad hoc (total binder) all'interno del file immagine è stato incapsulato un eseguibile. Una volta che il malcapitato di turno apre l'allegato, l'eseguibile (un comunissimo trojan horse) si installa in una cartella di sistema e, mediante lo scheduler di Windows, verrà avviato automaticamente al boot del sistema operativo. Fin qui sembrerebbe tutto semplice e quasi banale, ma affinchè un trucchetto del genere riesca devono verificarsi tutta una serie di situazioni concomitanti del tipo:

1) l'utente è così tanto naive da non sapere che gli allegati delle email provenienti da indirizzi sconosciuti non devono mai essere aperti;

2) il PC della vittima è sprovvisto di un antivirus, che gli segnalerebbe il file malevolo ancor prima di aprire l'allegato (chiamasi scansione della mail);

3) il PC della vittima è collegato ad Internet mediante un semplice modem e non attraverso un router. Basterebbe infatti un semplice NAT per fare in modo che il trojan, seppur installato, non riesca a comunicare con la rete pubblica e quindi con l'attaccate.

4) sul pc della vittima non è attivo alcun firewall, nemmeno quello integrato ai sistemi operativi di casa Microsoft.

Morale della favola: tale dimostrazione è solo una spettacolarizzazione di tecniche di cracking banalissime, usate per lo più dagli script kiddie di turno. Nel complesso, non dico che tale servizio sia un tipico esempio di disinformazione, ma poco ci manca.

A presto.

16:07 Scritto da: nazarenolatella in Sicurezza | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: sicurezza, hacker, cracker, le iene, trojan, virus | OKNOtizie |  Facebook